Per milioni di italiani l'estate non coincide con una pausa. Non ci sono ferie dal lavoro di cura, né settimane nelle quali sospendere l'assistenza a un figlio, un genitore, un coniuge o un altro familiare con disabilità o non autosufficiente.
Anzi, proprio durante i mesi estivi quella responsabilità può diventare ancora più pesante.
I servizi territoriali possono ridurre le attività, i centri diurni modificano gli orari, trovare soluzioni di sollievo diventa più difficile e le temperature elevate possono aggravare le condizioni delle persone più fragili. A tutto questo si aggiunge un problema economico: climatizzare adeguatamente un'abitazione, pagare bollette più alte oppure organizzare una vacanza realmente accessibile rappresentano costi che molte famiglie faticano a sostenere.
L'estate diventa così una sorta di lente di ingrandimento sulle difficoltà quotidiane dei caregiver familiari e, più in generale, sui limiti di un sistema di welfare che continua ad affidare alle famiglie una parte enorme del lavoro di assistenza.
Più di 12 milioni di persone aiutano qualcuno gratuitamente
A restituire le dimensioni del fenomeno sono i dati Istat sulle reti di solidarietà.
In Italia oltre 12 milioni di persone, circa un quarto della popolazione adulta, prestano gratuitamente aiuto o assistenza a parenti, amici o vicini con problemi di salute, difficoltà motorie o cognitive.
All'interno di questa vasta rete informale, circa 4,4 milioni sono caregiver familiari conviventi.
Dietro i numeri ci sono persone che organizzano la propria giornata intorno alle necessità di qualcun altro: accompagnano alle visite mediche, gestiscono farmaci e terapie, aiutano nell'igiene personale, negli spostamenti e nell'alimentazione, svolgono pratiche amministrative e garantiscono una presenza continua.
Un'attività indispensabile per la tenuta del nostro sistema sociale che rimane in larga parte invisibile e non retribuita.
E ha ancora prevalentemente un volto femminile. Sono soprattutto le donne a ridurre il proprio orario di lavoro, rinunciare a opportunità professionali o, nei casi più difficili, uscire completamente dal mercato del lavoro per occuparsi di un familiare.
La cura, insomma, ha anche un costo economico che raramente compare nei bilanci pubblici ma pesa fortemente su quelli familiari.
Quando disabilità e povertà si incontrano
È proprio sul terreno economico che emerge uno degli aspetti più preoccupanti.
Le famiglie nelle quali vive una persona con disabilità presentano un rischio di povertà o esclusione sociale superiore rispetto alla media. Secondo i dati riportati da Alleanza contro la povertà in Italia, il rischio riguarda il 28,4% delle famiglie con almeno una persona con disabilità, contro il 23,4% della media nazionale.
Quasi tre famiglie su dieci.
Ma il dato economico, da solo, non racconta tutto.
La presenza di una disabilità può determinare maggiori spese per assistenza, farmaci, trasporti, ausili, adattamento dell'abitazione e servizi. Contemporaneamente, la necessità di garantire assistenza può ridurre la possibilità per uno o più componenti della famiglia di lavorare a tempo pieno.
Il risultato è una sorta di doppia pressione: aumentano le spese proprio mentre può diminuire la capacità di produrre reddito.
Il 38,4% delle famiglie interessate si trova in condizioni di bassa intensità lavorativa, contro il 9,1% delle altre famiglie, mentre il loro reddito risulta mediamente inferiore.
La disabilità, naturalmente, non determina di per sé la povertà. È la combinazione tra maggiori necessità di sostegno, insufficienza dei servizi e riduzione delle opportunità lavorative dei familiari a poter creare le condizioni per un progressivo impoverimento.
Ed è questa spirale che una politica sociale efficace dovrebbe cercare di interrompere.
Perché d'estate tutto diventa più difficile
Il periodo estivo rende particolarmente evidente questa fragilità.
A pesare è anche la riduzione dell'assistenza domiciliare, già spesso insufficiente durante il resto dell'anno.
Poi c'è il problema delle vacanze.
Per una famiglia nella quale vive una persona con elevati bisogni di sostegno partire può richiedere un'organizzazione complessa: occorre trovare una struttura realmente accessibile, verificare la disponibilità dei servizi, organizzare gli spostamenti e, in alcuni casi, prevedere la presenza di assistenza personale.
Il costo può diventare proibitivo.
Il risultato è che mentre una parte del Paese parte per le vacanze, molte famiglie rimangono a casa non per scelta, ma perché non esistono le condizioni economiche, organizzative o assistenziali per fare diversamente.
È anche questa una forma di disuguaglianza.
A tutto questo si aggiunge un fenomeno che negli ultimi anni sta assumendo dimensioni sempre più rilevanti: le ondate di calore.
Le temperature estreme rappresentano un rischio particolare per anziani, persone con patologie croniche e cittadini con alcune forme di disabilità. Per chi necessita di assistenza continua, inoltre, il caldo aumenta anche il carico del caregiver.
Ma proteggersi dalle temperature elevate costa.
Acquistare un climatizzatore, adeguare energeticamente un'abitazione e sostenere i consumi elettrici non sono possibilità alla portata di tutti.
La povertà energetica incontra così la disabilità e la non autosufficienza, creando una nuova dimensione della vulnerabilità sociale: famiglie che avrebbero maggiore necessità di mantenere temperature domestiche adeguate sono talvolta proprio quelle che dispongono di minori risorse per farlo.
In questo scenario assume particolare importanza il percorso per arrivare a una normativa nazionale sui caregiver familiari.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il 12 gennaio 2026 il disegno di legge promosso dal Ministero per le Disabilità, dopo anni di proposte e tentativi che non erano riusciti ad arrivare a una disciplina organica. Il testo ha successivamente ottenuto, in aprile, il parere favorevole della Conferenza Unificata.
Il provvedimento introduce un sistema di tutele differenziate, partendo dalla figura del caregiver familiare convivente e prevalente.
Per il 2026 sono stati previsti 1,15 milioni di euro, destinati principalmente alla realizzazione del sistema informativo INPS necessario alla gestione delle domande. Dal 2027 la dotazione indicata dal Governo è invece di 257 milioni di euro annui.
Il nodo, però, non riguarda soltanto l'esistenza di un contributo economico.
Le associazioni chiedono da tempo che il riconoscimento del caregiver si traduca in tutele capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone: sostegno economico, diritti previdenziali, possibilità di conciliare assistenza e lavoro, servizi di sollievo e una rete territoriale che non lasci il caregiver solo.
Perché riconoscere giuridicamente una persona senza modificare materialmente le condizioni nelle quali svolge il proprio lavoro di cura rischia di essere insufficiente.
Per decenni il welfare italiano ha potuto contare su una risorsa enorme: la famiglia. Genitori che assistono figli adulti con disabilità, mogli e mariti che si prendono cura del coniuge, figli – soprattutto figlie – che assistono genitori anziani e non autosufficienti.
Ma quella risorsa non è infinita.
Le famiglie diventano più piccole, aumenta l'età media della popolazione, crescono le persone sole e sempre più donne – sulle quali storicamente è ricaduta gran parte dell'assistenza – lavorano fuori casa.
Lo stesso Rapporto annuale Istat 2026 sottolinea come, in una società che invecchia, la cura debba essere considerata una responsabilità collettiva che richiede investimenti, non un compito che possa essere semplicemente trasferito all'interno delle mura domestiche.
Per questo una legge sui caregiver è necessaria, ma da sola non sarà sufficiente.
Servono servizi domiciliari continuativi durante tutto l'anno, centri diurni e centri estivi realmente accessibili, personale formato, sostegni economici commisurati alle condizioni delle famiglie e servizi di sollievo che consentano anche a chi assiste di avere tempo per lavorare, riposare, curarsi o semplicemente vivere una parte della propria vita.
La questione, in fondo, riguarda l'idea stessa di welfare che vogliamo costruire.
Prendersi cura di una persona cara è una delle forme più profonde di solidarietà. Ma la solidarietà familiare non può trasformarsi nell'obbligo di sostituire servizi pubblici insufficienti.
E forse proprio l'estate, quando molte attività rallentano e il peso dell'assistenza diventa ancora più evidente, ci ricorda una cosa molto semplice: anche chi si prende cura degli altri ha diritto a essere sostenuto. E anche chi cura ha diritto a una vita propria.
(Foto di Hans Moerman su Unsplash )


