Guber Banca sceglie la cooperativa sociale RJ45 per i servizi IT
Guber Banca ha affidato alla cooperativa sociale bresciana RJ45 -consorziata del gruppo Coin - il supporto per alcuni servizi IT, inserendo così un’impresa sociale del territorio all’interno della propria filiera di fornitura. L’incarico sarà svolto da personale con specifiche competenze tecnologiche e rappresenta un esempio concreto di come inclusione lavorativa e qualità professionale possano convivere all’interno di un normale rapporto tra cliente e fornitore.
La collaborazione è stata sviluppata con il supporto di IOBO, rete d’impresa che ha affiancato Guber Banca nell’individuazione di RJ45 e nella definizione di una soluzione in grado di rispondere alle esigenze tecniche dell’Istituto.
L'aspetto più significativo dell'iniziativa riguarda proprio la natura del rapporto instaurato. RJ45 non viene coinvolta come destinataria di una donazione o di un progetto di solidarietà, ma come soggetto economico capace di offrire un servizio professionale. È un passaggio importante perché introduce il sociale nel funzionamento ordinario dell'impresa, trasformando le politiche di responsabilità sociale in scelte che riguardano anche fornitori, acquisti, lavoro e organizzazione aziendale.
RJ45 opera dal 2014 mettendo in relazione il mondo delle imprese con quello del non profit. La cooperativa fornisce servizi negli ambiti tecnologico, back office, facility e consulenza tecnica e, contemporaneamente, promuove opportunità di lavoro e percorsi di riqualificazione professionale per persone con disabilità.
Per Guber Banca l’affidamento rappresenta quindi un'applicazione concreta dei propri criteri di responsabilità sociale. Non si tratta soltanto di sostenere iniziative sociali sul territorio, ma di coinvolgere un'impresa sociale all'interno dei processi ordinari di acquisto e fornitura.
Ed è probabilmente questo uno dei terreni sui quali il rapporto tra settore privato e sociale può maggiormente evolvere. Per molto tempo alle imprese è stato chiesto soprattutto di "restituire" qualcosa alla comunità attraverso sponsorizzazioni, donazioni o iniziative filantropiche. Sono strumenti che conservano naturalmente una loro importanza, ma che non esauriscono la responsabilità sociale di un'azienda.
Un'impresa può produrre valore sociale anche attraverso il modo in cui organizza la propria attività economica: scegliendo i fornitori, costruendo filiere più inclusive, favorendo l'accessibilità, investendo nelle competenze, creando opportunità occupazionali per persone che incontrano maggiori ostacoli nell'accesso al mercato del lavoro.
In questa prospettiva il sociale non rappresenta più un settore esterno al mercato al quale destinare una parte delle risorse prodotte dall'impresa. Può diventare uno dei criteri attraverso cui quelle stesse risorse vengono prodotte.
«La responsabilità sociale riguarda anche il modo in cui una banca seleziona i propri partner e organizza la propria attività», dichiara Francesca Bazoli al giornale “Affari Italiani”, Presidente di Guber Banca. «Con questo incarico riconosciamo a RJ45 competenze professionali adeguate alle nostre esigenze e, allo stesso tempo, sosteniamo un modello imprenditoriale che crea opportunità di lavoro sul territorio. L’obiettivo è integrare progressivamente questi criteri nelle scelte operative della Banca, per far sì che l’impegno sociale diventi parte integrante dell’attività quotidiana».
La dichiarazione mette in evidenza un elemento centrale: perché l'inclusione diventi strutturale non può dipendere esclusivamente da iniziative occasionali. Deve progressivamente entrare nei meccanismi con cui le aziende assumono decisioni economiche.
La selezione di un fornitore, ad esempio, può continuare a rispondere alle necessarie esigenze di qualità, affidabilità e competenza e, nello stesso tempo, considerare l'impatto sociale prodotto dalla scelta. Non significa rinunciare alla performance economica, ma ampliare i criteri con cui quella performance viene valutata.
Un rapporto economico, non assistenziale
C'è anche un altro aspetto rilevante. Inserire una cooperativa sociale in una normale filiera di fornitura contribuisce a superare una rappresentazione ancora diffusa secondo cui le persone con disabilità sarebbero prevalentemente destinatarie di assistenza e non lavoratori in grado di acquisire e mettere a disposizione competenze professionali.
Nel caso di RJ45 il terreno scelto è, tra gli altri, quello tecnologico. L'inclusione lavorativa passa quindi dalla formazione e dalla possibilità di confrontarsi con incarichi reali, esigenze aziendali concrete e competenze richieste dal mercato.
È una differenza sostanziale. Il lavoro inclusivo non dovrebbe essere costruito intorno a mansioni create esclusivamente per rispondere a una finalità sociale, quando è possibile valorizzare professionalità che possono trovare una domanda effettiva nel sistema produttivo.
IOBO ha accompagnato l'avvio della collaborazione mettendo in relazione le necessità di Guber Banca con le competenze sviluppate da RJ45. Il progetto mostra così anche il ruolo che possono svolgere le reti territoriali: individuare bisogni e professionalità e creare le condizioni perché soggetti appartenenti a mondi tradizionalmente considerati separati possano incontrarsi.
Turati: “Un rapporto di fornitura che genera un valore straordinario”
«Guber Banca aveva un’esigenza tecnica, RJ45 le competenze per rispondervi: IOBO ha fatto ciò che una rete d’impresa deve fare, farle incontrare», dichiara Giancarlo Turati, presidente di IOBO. «Il risultato è un rapporto di fornitura ordinario che genera un valore straordinario: lavoro qualificato, inclusione e un modello di collaborazione tra imprese e cooperazione sociale che il territorio può replicare».
Proprio l'ordinarietà richiamata da Turati rappresenta forse l'elemento più interessante dell'esperienza. L'obiettivo di un'economia maggiormente inclusiva non dovrebbe infatti essere soltanto moltiplicare i progetti speciali, ma fare in modo che alcuni principi entrino progressivamente nella normalità delle relazioni economiche.
Profit e sociale, due mondi che hanno bisogno di dialogare
Su questo punto interviene anche Daniele Gazzorelli, Presidente di RJ45: «Ancora oggi, troppo spesso, profit e non profit vengono considerati due mondi separati: il primo impegnato in attività complesse e redditizie, il secondo affiancato al pubblico per risolvere problemi sociali. L’obiettivo di RJ45, da sempre, è facilitare l’incontro tra questi due settori».
Un incontro che, secondo Gazzorelli, richiede qualcosa di più della semplice disponibilità a collaborare: «Metterli semplicemente allo stesso tavolo non basta: occorre costruire un linguaggio comune, capace di far dialogare competenze, bisogni e obiettivi diversi. Noi lavoriamo in questo spazio, come ponte tra impresa e persone».
È una questione che riguarda più in generale l'evoluzione del rapporto tra economia e responsabilità sociale. Il settore privato possiede risorse, organizzazione, capacità di investimento e domanda di competenze; il mondo della cooperazione sociale conosce territori, fragilità e percorsi di inclusione e ha sviluppato nel tempo professionalità specifiche. Tenerli rigidamente separati rischia di impoverire entrambi.
La sfida è evitare anche l'equivoco opposto: chiedere al sociale di adeguarsi semplicemente alle logiche del mercato perdendo la propria funzione. La collaborazione diventa significativa quando produce uno scambio reale: l'impresa sociale offre competenze e servizi economicamente riconosciuti, mentre l'impresa profit incorpora nelle proprie decisioni una maggiore attenzione alle conseguenze sociali della propria attività.
«La collaborazione con Guber Banca, resa possibile anche grazie alla rete IOBO di cui siamo founder, dimostra questa inter-esistenza tra impresa e sociale», conclude Gazzorelli. «Il profit ha bisogno del sociale per evolvere, così come il sociale ha bisogno del mercato per essere sostenibile. Da questa consapevolezza nasce un servizio che funziona, persone che lavorano e acquisiscono competenze vere e aziende che crescono coniugando performance e responsabilità».
È proprio questo il nodo sul quale esperienze come quella avviata a Brescia possono offrire uno spunto più generale. L'inclusione diventa più solida quando non rimane confinata ai progetti sociali, ma riesce a entrare nei luoghi nei quali si produce valore, si acquistano servizi, si costruiscono professionalità e si crea lavoro.
Per il mondo delle imprese significa riconoscere che il rapporto con il sociale non è necessariamente qualcosa che comincia dopo aver prodotto profitto. Può iniziare molto prima, nel momento stesso in cui si decide come quel valore economico viene prodotto e con quali soggetti costruire la propria attività


