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Intelligenza artificiale e Terzo settore: trasparenza e formazione diventano una questione di fiducia

Irene R.

01 settembre 2026

2 min

Intelligenza artificiale e Terzo settore: trasparenza e formazione diventano una questione di fiducia

L'intelligenza artificiale è ormai entrata anche nel mondo del non profit. Associazioni, cooperative sociali e organizzazioni del Terzo settore utilizzano strumenti di IA per scrivere e rielaborare contenuti, realizzare immagini, organizzare informazioni, comunicare con volontari e donatori o rispondere alle richieste degli utenti.

Una trasformazione che offre molte opportunità, soprattutto alle organizzazioni più piccole e con risorse limitate, ma che apre inevitabilmente una questione: quanto deve essere trasparente un ente quando utilizza l'intelligenza artificiale?

Dal 2 agosto 2026 la domanda non riguarda più soltanto l'etica della comunicazione. Sono infatti diventati applicabili gli obblighi di trasparenza previsti dall'articolo 50 dell'AI Act, il Regolamento europeo 2024/1689 sull'intelligenza artificiale. Il regolamento non è entrato in vigore quest'estate, come talvolta si è letto: è in vigore dal 1° agosto 2024 e prevede un'applicazione progressiva delle diverse disposizioni. Il 2 agosto 2026 rappresenta quindi una delle tappe più importanti di questo percorso.

L'AI Act non stabilisce semplicemente che ogni contenuto prodotto utilizzando l'intelligenza artificiale debba riportare un'etichetta "realizzato con IA". Gli obblighi cambiano a seconda del tipo di sistema, del contenuto e del modo in cui viene utilizzato.

Quando una persona interagisce direttamente con determinati sistemi di intelligenza artificiale, ad esempio un chatbot, deve poter comprendere che dall'altra parte non c'è un essere umano. Sono inoltre previste regole per rendere riconoscibili i contenuti generati o manipolati artificialmente e obblighi specifici per i deepfake.

Particolarmente interessante per chi fa informazione è il caso dei testi riguardanti questioni di interesse pubblico. L'obbligo di informare il lettore riguarda le pubblicazioni generate o manipolate dall'IA quando vengono diffuse senza revisione umana o controllo editoriale. Quando, invece, esiste una verifica umana o una responsabilità editoriale sul contenuto, la disciplina prevede un'eccezione.

È una distinzione importante anche per il Terzo settore. Utilizzare l'intelligenza artificiale come strumento di supporto per elaborare una prima versione di un testo, sintetizzare informazioni o organizzare del materiale non equivale a delegare a una macchina la responsabilità di ciò che viene pubblicato.

La responsabilità rimane umana.

Per le organizzazioni non profit la questione assume però una dimensione ulteriore. C'è la legge, ma c'è soprattutto la fiducia.

Un episodio avvenuto alcuni anni fa aiuta a comprenderne l'importanza. Nel 2023 Amnesty International utilizzò immagini generate attraverso l'intelligenza artificiale per rappresentare le proteste avvenute in Colombia nel 2021. La scelta era nata anche dall'esigenza di proteggere l'identità dei manifestanti, evitando di esporli a possibili rischi.

L'organizzazione decise successivamente di rimuovere le immagini dopo le polemiche suscitate dal loro utilizzo.

Il caso poneva una questione destinata a diventare sempre più attuale: cosa accade alla credibilità di un'organizzazione quando utilizza un'immagine artificiale per raccontare un fatto reale?

Il rischio è evidente. Se il pubblico scopre che l'immagine è stata costruita artificialmente, può iniziare a dubitare anche dell'autenticità della storia che quell'immagine dovrebbe raccontare.

Ed è proprio qui che trasparenza e credibilità finiscono per incontrarsi.

L'altro grande tema introdotto dall'AI Act riguarda l'AI literacy, che potremmo tradurre come alfabetizzazione all'intelligenza artificiale.

L'articolo 4 è applicabile già dal 2 febbraio 2025 e richiede ai fornitori e a chi utilizza professionalmente sistemi di IA di adottare misure per favorire un'adeguata alfabetizzazione delle persone che operano con questi strumenti per loro conto. Dal 2 agosto 2026 le autorità nazionali competenti hanno iniziato anche l'attività di vigilanza sull'applicazione di queste disposizioni.

Per un'organizzazione del Terzo settore significa affrontare una questione molto concreta.

Non è sufficiente mettere a disposizione dei dipendenti o dei volontari un account di ChatGPT o di un altro strumento e lasciare che ciascuno impari a utilizzarlo autonomamente. Occorre costruire una consapevolezza minima sul suo funzionamento, sulle possibilità che offre e, soprattutto, sui suoi limiti.

Chi utilizza questi sistemi dovrebbe sapere, ad esempio, che un'intelligenza artificiale può produrre informazioni inesatte, inventare riferimenti, riprodurre pregiudizi presenti nei dati o trattare in maniera inappropriata informazioni che non avrebbero dovuto esserle fornite.

La questione diventa ancora più delicata quando un'organizzazione lavora con persone vulnerabili e gestisce informazioni riguardanti disabilità, condizioni economiche, minori o altre situazioni personali.

Non esiste il "patentino" europeo per usare l'IA

Per il Terzo settore la questione va oltre la conformità

Associazioni, cooperative e organizzazioni non profit costruiscono una parte importante della propria attività su un capitale difficile da misurare ma facilissimo da perdere: la fiducia.

Chiedono alle persone di donare denaro, tempo, competenze. Entrano nelle case e nelle vite delle famiglie. Raccolgono storie, testimonianze e informazioni spesso molto delicate. Rappresentano persone che non sempre hanno la possibilità di far sentire direttamente la propria voce.

Per questo l'utilizzo responsabile dell'intelligenza artificiale nel Terzo settore non può ridursi alla domanda: "Che cosa ci obbliga a fare la legge?"

La domanda dovrebbe essere più ampia: "Che cosa è giusto dire alle persone che si fidano di noi?"

L'intelligenza artificiale può diventare uno strumento straordinario anche per il non profit: può ridurre il peso delle attività amministrative, facilitare la comunicazione, aumentare l'accessibilità delle informazioni e consentire alle organizzazioni più piccole di fare cose che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto risorse considerevoli.

Ma la tecnologia, soprattutto nel sociale, non può sostituire la responsabilità.

E forse è proprio questo il messaggio più interessante dell'AI Act per il Terzo settore: innovazione e fiducia possono procedere insieme soltanto quando tra le due c'è trasparenza.

(immagine di Je Design per Unsplash)

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