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Arrampicata inclusiva, in Trentino la montagna diventa un viaggio per tutti

Irene R.

07 ottobre 2026

2 min

Arrampicata inclusiva, in Trentino la montagna diventa un viaggio per tutti

La montagna come luogo da guardare, ma soprattutto da vivere. Anche quando ci si muove con una disabilità. È questa l’idea alla base del Festival dell’Arrampicata Inclusiva, che il 26 e 27 settembre si è svolto a San Lorenzo Dorsino, in Trentino, per la sua quinta edizione.

La manifestazione ha riunito atleti, paraclimber, appassionati e famiglie intorno a un principio semplice ma tutt’altro che scontato: lo sport e l’esperienza dell’ambiente naturale possono diventare occasioni di incontro e di autonomia anche quando esistono limitazioni motorie o differenti esigenze di accessibilità.

Quest’anno l’iniziativa si inserisce nell’ambito di TIP TOP Mountain, progetto finanziato dal Ministero per le Disabilità e coordinato dalla FASI, Federazione Arrampicata Sportiva Italiana, insieme al Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane e all’Ente di Terzo Settore Sportfund, con l’Associazione Dolomiti Open nel ruolo di partner organizzativo territoriale.

Anche la scelta del luogo racconta una storia particolare.

«La cornice del Festival non è casuale», sottolineano infatti i promotori. La Falesia Dimenticata di San Lorenzo Dorsino viene considerata un luogo simbolico dell’accessibilità, ma rappresenta anche un interessante esempio di recupero dal basso di un patrimonio naturale.

Negli anni Novanta, dopo un periodo di grande frequentazione, la falesia venne chiusa e schiodata, rimanendo per quasi vent’anni inutilizzata. La svolta arrivò nel 2017, quando una campagna di crowdfunding promossa dall’Associazione Dolomiti Open riuscì a coinvolgere centinaia di persone, enti e associazioni.

Grazie alla raccolta di fondi fu possibile acquistare il terreno, ripulire l’area e attrezzare nuovamente le pareti. Oggi la Falesia Dimenticata dispone di decine di vie attrezzate ed è accessibile gratuitamente.

Il modello continua a basarsi sulla partecipazione della comunità: ai frequentatori viene proposto di contribuire, anche con una piccola somma equivalente al costo di un caffè, alle manutenzioni e agli interventi necessari per mantenere il luogo in sicurezza.

La storia della falesia suggerisce così una concezione della montagna che va oltre il consumo turistico del paesaggio. Un luogo naturale può essere considerato un bene condiviso, della cui conservazione e accessibilità la comunità stessa può assumersi una parte di responsabilità.

Durante entrambe le giornate del Festival, dalle 14 alle 18, atleti, appassionati e persone che desiderano semplicemente provare si sono cimentati nella scalata con l’assistenza delle Guide Alpine.

Per le persone con disabilità sono state disponibili guide specificamente preparate e protesi ad hoc, in modo da consentire di sperimentare l’arrampicata in condizioni di sicurezza.

Ed è proprio qui che il Festival pone una questione che supera i confini dello sport.

Consentire a una persona con disabilità di arrampicare significa infatti mettere in discussione una rappresentazione ancora molto radicata della montagna come ambiente inevitabilmente selettivo: uno spazio destinato soprattutto a chi possiede determinate capacità fisiche, esperienza e autonomia.

L’innovazione tecnologica, gli ausili, la formazione degli operatori e una progettazione attenta possono invece ampliare considerevolmente il numero delle persone che possono avvicinarsi all’ambiente montano.

La montagna può diventare un altro viaggio inclusivo

Parlare di arrampicata inclusiva significa allora parlare anche di turismo per tutti.

Quando si affronta il tema del turismo accessibile, l’attenzione si concentra spesso sulle barriere architettoniche di alberghi, musei, stabilimenti balneari, stazioni o mezzi di trasporto. Sono elementi fondamentali, ma rappresentano soltanto una parte del problema.

L’accessibilità di un viaggio comincia prima della partenza: dalla possibilità di trovare informazioni affidabili sulle caratteristiche dei luoghi, di conoscere in anticipo eventuali difficoltà, di prenotare servizi adeguati e di sapere quali ausili saranno disponibili. Continua con i trasporti, l’accoglienza, la formazione degli operatori e la possibilità di partecipare realmente alle attività offerte dalla destinazione.

Un luogo, in altre parole, non diventa inclusivo semplicemente perché può essere raggiunto. Deve poter essere vissuto.

È una distinzione particolarmente importante quando si parla di montagna. Qui le barriere non sono soltanto quelle costruite dall’uomo: pendenze, terreni irregolari, neve, sentieri e condizioni ambientali fanno parte della natura stessa dei luoghi. L'obiettivo non può quindi essere cancellare ogni difficoltà, ma progettare servizi, percorsi, tecnologie e forme di accompagnamento che permettano a persone con capacità differenti di scegliere quali esperienze affrontare.

La montagna può così diventare un altro viaggio possibile: non necessariamente uguale per tutti, ma aperto a tutti.

Un sentiero accessibile, un rifugio raggiungibile, un’attività sportiva adattata, una guida formata o un ausilio adeguato possono ampliare enormemente l’esperienza turistica di una persona con disabilità. E le stesse soluzioni possono essere utili anche ad anziani, famiglie con bambini piccoli, persone con difficoltà motorie temporanee o semplicemente viaggiatori con differenti livelli di preparazione fisica.

È forse questo il passaggio culturale più interessante. Il turismo per tutti non dovrebbe essere pensato come una nicchia del mercato turistico destinata esclusivamente alle persone con disabilità.

La questione riguarda piuttosto il modo in cui una destinazione immagina i propri visitatori.

Progettare pensando fin dall’inizio alla diversità delle persone significa superare l’idea di un turista standard al quale aggiungere, successivamente, qualche servizio speciale per chi non rientra in quel modello.

E significa anche passare dal semplice diritto di accesso a qualcosa di più ambizioso: il diritto all’esperienza.

Poter arrivare davanti a una montagna non equivale a poterla vivere. Come non è sufficiente entrare in una località turistica se poi gran parte delle attività, dei percorsi o dei servizi rimangono concretamente inaccessibili.

Esperienze come il Festival dell’Arrampicata Inclusiva mostrano invece che anche un'attività apparentemente molto distante dall'idea tradizionale di accessibilità può essere ripensata attraverso competenze professionali, tecnologie e organizzazione.

Non significa sostenere che ogni luogo o ogni attività possano essere praticati da chiunque nelle medesime condizioni. Significa creare più possibilità, fornire informazioni corrette e permettere alle persone di scegliere.

La montagna, da questo punto di vista, rappresenta quasi un laboratorio. Perché proprio là dove l'ambiente sembra porre i limiti più evidenti diventa possibile sperimentare nuovi modi di intendere autonomia, sport, turismo e partecipazione.

(Foto di Luca Bravo per Unsplash

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