Può un atleta gareggiare ai massimi livelli, rappresentare l'Italia nelle competizioni internazionali e, allo stesso tempo, essere considerato non idoneo ad accedere a un gruppo sportivo militare o di un Corpo civile dello Stato a causa della propria disabilità?
È il paradosso sul quale è intervenuto il Tavolo tecnico coordinato dall'Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che il 19 agosto ha concluso i propri lavori raggiungendo una posizione unanime: occorre modificare la normativa per evitare che una disabilità o una condizione di salute compatibile con l'attività agonistica possa determinare automaticamente l'esclusione dalle procedure di reclutamento.
La questione riguarda una categoria particolare di sportivi: atleti di interesse nazionale che partecipano a competizioni olimpiche o comunque di alto livello, presentano una disabilità o una patologia cronica, ma non rientrano nelle classificazioni previste per lo sport paralimpico.
Una sorta di terra di mezzo normativa che può produrre una situazione paradossale: l'atleta non possiede i requisiti sanitari richiesti dalle procedure ordinarie di reclutamento, ma allo stesso tempo, non essendo classificato come atleta paralimpico, non può accedere ai percorsi specificamente previsti per questi ultimi.
Il caso di una nuotatrice ha fatto emergere il problema
A portare la questione all'attenzione delle istituzioni è stata la vicenda di una nuotatrice di livello olimpico con disabilità sensoriale.
L'atleta aveva segnalato di non essere riuscita, in due occasioni, ad accedere al Gruppo sportivo delle Fiamme Oro a causa dell'impossibilità di ottenere l'idoneità al servizio richiesta agli atleti olimpici.
Il suo caso ha fatto emergere un problema che va oltre la singola vicenda personale.
Esistono infatti sportivi perfettamente in grado di sostenere allenamenti e competizioni di altissimo livello, ma che possono essere esclusi dal reclutamento perché i requisiti sanitari previsti dagli ordinamenti militari o dei Corpi dello Stato non tengono sufficientemente conto della particolare condizione dell'atleta.
Al tempo stesso, questi sportivi non possono necessariamente utilizzare il canale previsto per gli atleti paralimpici, perché la loro condizione non rientra nelle classificazioni paralimpiche.
Il risultato è un vuoto nel quale il rischio è quello di rimanere esclusi da entrambe le possibilità.
La disabilità non può determinare automaticamente l'esclusione
Il Tavolo tecnico ha analizzato la disciplina vigente e le possibili soluzioni arrivando a una posizione condivisa: una patologia cronica compensata, quando compatibile con l'attività agonistica, non dovrebbe costituire automaticamente una causa di esclusione.
Il principio non comporta l'eliminazione dei requisiti necessari alla tutela della salute e della sicurezza, né una riduzione degli standard richiesti per entrare nei gruppi sportivi dello Stato.
Cambia però la prospettiva.
La presenza di una disabilità o di una determinata condizione di salute non dovrebbe essere sufficiente, da sola, a impedire l'accesso. La valutazione dovrebbe invece tenere conto della situazione concreta dell'atleta e della compatibilità della sua condizione con l'attività sportiva che è chiamato a svolgere.
Per raggiungere questo obiettivo, il Tavolo propone un intervento legislativo che potrebbe comprendere anche una modifica del decreto legislativo 36 del 2021, consentendo agli atleti di interesse nazionale che si trovano in questa particolare situazione di partecipare alle procedure di reclutamento.
Non bastano modifiche ai singoli regolamenti
Uno degli aspetti più interessanti emersi dai lavori riguarda proprio lo strumento attraverso il quale intervenire.
Il problema, secondo il Tavolo, non può essere risolto semplicemente modificando i regolamenti dei singoli Corpi.
Una soluzione di questo tipo rischierebbe infatti di produrre discipline differenti e non garantirebbe un'applicazione uniforme. Inoltre, in alcuni casi, i requisiti di accesso sono stabiliti direttamente da norme di rango legislativo e non potrebbero quindi essere superati attraverso una semplice modifica regolamentare.
Da qui la richiesta di un intervento normativo nazionale.
Gli esiti del lavoro sono stati trasmessi ai Ministeri competenti, al CONI e al Comitato Italiano Paralimpico (CIP), affinché possano valutare le iniziative necessarie.
Il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi ha annunciato che è già in corso il lavoro per definire la soluzione legislativa, anche attraverso il confronto con il Ministero della Difesa.
L'ipotesi è quella di ispirarsi al modello già introdotto per gli atleti paralimpici, estendendo alcune tutele agli sportivi di interesse nazionale con disabilità o patologie croniche compensate, purché compatibili con la pratica agonistica.
La vicenda pone una questione che supera il mondo dello sport.
Le condizioni delle persone non sempre rientrano perfettamente nelle categorie attraverso le quali sono costruite le norme. Si può avere una disabilità senza essere un atleta paralimpico. Si può avere una patologia cronica e contemporaneamente possedere capacità fisiche tali da competere ai massimi livelli internazionali.
Quando il sistema prevede soltanto categorie rigide, alcune persone rischiano inevitabilmente di rimanere nel mezzo.
Ed è proprio qui che il principio dell'inclusione deve diventare concreto.
Non significa abbassare gli standard né ignorare le condizioni di salute. Significa piuttosto evitare automatismi e costruire procedure capaci di valutare la persona e le sue effettive capacità.
Lo ha sottolineato anche il Collegio dell'Autorità Garante, composto dal presidente Maurizio Borgo, dal componente vicario Francesco Vaia e dal componente Antonio Pelagatti: la tutela della salute e della sicurezza resta imprescindibile, ma deve accompagnarsi a regole aggiornate e a valutazioni che non producano discriminazioni.
Lo sport come diritto e opportunità
Dal 2023 anche la Costituzione italiana riconosce esplicitamente il valore dello sport. Il nuovo ultimo comma dell'articolo 33 stabilisce che la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell'attività sportiva in tutte le sue forme.
Un principio che assume un significato ancora più concreto quando lo sport diventa anche una professione.
Entrare in un gruppo sportivo militare o di un Corpo dello Stato rappresenta infatti per molti atleti di alto livello non soltanto un riconoscimento del merito sportivo, ma una possibilità fondamentale per proseguire la propria carriera agonistica disponendo di stabilità economica, strutture, allenatori e condizioni adeguate alla preparazione.
Essere esclusi da questa possibilità a causa di un automatismo normativo può quindi incidere direttamente sulla carriera di un atleta.
Per questo la questione sollevata dal Tavolo tecnico riguarda qualcosa di più della modifica di una procedura di reclutamento. Riguarda il modo in cui le istituzioni scelgono di valutare le persone: partendo da una categoria o dalle loro effettive capacità.
Il percorso legislativo deve ancora essere costruito e sarà necessario capire quali saranno concretamente le modifiche adottate. Ma il principio indicato dal Tavolo è già significativo: una disabilità compatibile con l'attività agonistica non dovrebbe trasformarsi automaticamente in una barriera alla carriera sportiva.
Perché riconoscere il talento significa anche creare le condizioni affinché possa esprimersi, senza che regole costruite per realtà ormai cambiate finiscano per escludere proprio chi ha dimostrato, sul campo o in vasca, di poter competere ai massimi livelli.
(Foto di Fellipe Ditadi Per Unsplash+)


