Parlare di disabilità significa parlare di autonomia, lavoro, accessibilità e assistenza. Molto più raramente significa parlare di desiderio, relazioni, affettività e sessualità. Eppure anche queste dimensioni fanno parte della vita e dei diritti di ogni persona.
È proprio da un tema ancora troppo spesso circondato da silenzi e imbarazzi che è partita l'iniziativa organizzata a Bari da Memory Team ETS, che venerdì 28 agosto ha presentato il corso di formazione gratuito “Il benessere sessuale delle persone con disabilità”, nell'ambito delle attività dello Sportello URCA.
Un'occasione di formazione, ma anche uno spazio nel quale affrontare senza pregiudizi una questione che riguarda la qualità della vita, l'autodeterminazione e il diritto di ogni individuo a costruire liberamente la propria dimensione affettiva e relazionale.
Un tema ancora difficile da affrontare
La sessualità delle persone con disabilità continua infatti a rappresentare uno dei grandi tabù della nostra società.
Nonostante negli ultimi anni sia cresciuta l'attenzione verso l'inclusione e la vita indipendente, la dimensione affettiva e sessuale rimane spesso ai margini delle politiche e persino dei percorsi educativi e assistenziali.
Alla persona con disabilità può essere implicitamente attribuita un'identità nella quale trovano spazio soprattutto i bisogni sanitari, riabilitativi o assistenziali. Molto meno frequentemente vengono riconosciuti il desiderio, l'innamoramento, la costruzione di una relazione, l'intimità e il diritto a compiere scelte autonome sul proprio corpo e sulla propria vita.
È una rappresentazione che rischia di diventare essa stessa una barriera.
Perché l'inclusione non riguarda soltanto la possibilità di entrare in un edificio, trovare un lavoro o utilizzare un mezzo di trasporto. Riguarda anche la possibilità di costruire relazioni, vivere la propria intimità ed essere riconosciuti dagli altri come persone adulte, con desideri e aspirazioni.
Formare anche chi accompagna e assiste
Da qui la scelta di rivolgere il corso non soltanto alle persone con disabilità, ma a una platea più ampia composta da operatori sociosanitari, educatori, professionisti, caregiver e familiari.
Un elemento particolarmente importante, perché proprio chi accompagna quotidianamente una persona con disabilità può trovarsi a gestire domande e situazioni per le quali spesso non ha ricevuto alcuna preparazione.
Come parlare di sessualità? Come distinguere protezione e controllo? Come accompagnare una persona verso una maggiore autonomia senza sostituirsi alle sue scelte? Come affrontare il tema del consenso? E come riconoscere esigenze differenti a seconda dell'età, della condizione personale e del tipo di disabilità?
Sono questioni delicate che non possono essere affidate soltanto alla buona volontà delle famiglie o degli operatori.
La formazione diventa quindi uno strumento essenziale per costruire risposte rispettose della persona e, contemporaneamente, per prevenire situazioni di abuso, dipendenza o mancato riconoscimento dei confini personali.
A guidare i lavori è stato l'esperto in salute sessuale e relazionale Michele Massimo Laforgia. All'iniziativa sono intervenuti anche l'assessore al Welfare del Comune di Bari Michelangelo Cavone, il Garante regionale dei diritti delle persone con disabilità Antonio Giampietro e la presidente di Memory Team ETS Adriana Latti.
Dalla protezione all'autodeterminazione
L'iniziativa si inserisce nelle attività dello Sportello URCA, spazio di orientamento e supporto che accompagna persone e nuclei familiari attraverso incontri specialistici e occasioni di confronto.
Il punto di partenza è riconoscere il benessere emotivo, relazionale e sessuale come parte della qualità complessiva della vita.
Per molto tempo, infatti, nel rapporto con la disabilità ha prevalso soprattutto una logica di protezione. Una protezione certamente necessaria in molte circostanze, ma che può diventare problematica quando finisce per limitare sistematicamente la possibilità della persona di scegliere.
La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra sostegno e autodeterminazione.
Questo vale in particolare per le persone con disabilità intellettive, nei confronti delle quali il tema della sessualità può generare nelle famiglie comprensibili preoccupazioni legate alla vulnerabilità, alla capacità di esprimere il consenso, alla contraccezione o al rischio di abusi.
Proprio per questo il silenzio non rappresenta una forma di protezione.
Educazione all'affettività, conoscenza del proprio corpo, capacità di riconoscere comportamenti appropriati e inappropriati, consapevolezza del consenso e possibilità di esprimere un rifiuto possono rappresentare, al contrario, importanti strumenti di tutela.
Anche l'affettività è una questione di diritti
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha contribuito a modificare profondamente il modo di guardare alla disabilità, ponendo al centro non soltanto l'assistenza ma la libertà di scelta, la partecipazione e l'autodeterminazione.
L'articolo 23, in particolare, richiama il rispetto della vita privata e familiare e il diritto delle persone con disabilità a non subire discriminazioni nelle questioni relative al matrimonio, alla famiglia, alla genitorialità e alle relazioni personali.
Il passaggio culturale è significativo: la persona con disabilità non è soltanto destinataria di cure o servizi, ma soggetto titolare degli stessi diritti fondamentali degli altri cittadini.
Eppure proprio nella sfera affettiva questa trasformazione culturale appare ancora incompleta.
Abbattere una barriera architettonica è un intervento visibile. Abbattere uno stereotipo richiede invece un cambiamento più lento, che passa attraverso il linguaggio, l'educazione, le famiglie, i servizi e la formazione degli operatori.
Una vita indipendente è anche una vita affettiva
L'iniziativa di Bari offre quindi l'occasione per allargare il significato stesso di vita indipendente.
Essere indipendenti non significa necessariamente poter fare tutto senza l'aiuto di nessuno. Significa soprattutto poter esercitare il maggior controllo possibile sulle decisioni che riguardano la propria esistenza.
Dove vivere. Con chi vivere. Come trascorrere il proprio tempo. Quali relazioni costruire. Chi amare.
Anche la dimensione affettiva appartiene a questo spazio di libertà.
Come ha sottolineato la presidente di Memory Team ETS Adriana Latti, affrontare questi temi significa lavorare contro lo stigma e contribuire alla costruzione di una comunità realmente accogliente.
Forse è proprio questo il valore più importante di iniziative come quella organizzata a Bari: rendere finalmente dicibile ciò che per troppo tempo è stato considerato qualcosa di cui non parlare.
Perché riconoscere pienamente una persona significa riconoscerne anche l'affettività, i desideri e l'intimità.
E una società realmente inclusiva non decide quali parti della vita di una persona meritino di essere riconosciute ma le riconosce tutte.
(Foto di Ricardo Gomez Angel su Unsplash)



