L'Italia è da tempo uno dei Paesi più longevi del pianeta. Un primato che rappresenta senza dubbio una conquista straordinaria dal punto di vista sanitario, sociale e culturale, ma che impone al tempo stesso una riflessione profonda sulle trasformazioni che stanno interessando la nostra società. È quanto emerge dal recente rapporto ISTAT "La salute: una conquista da difendere", che offre una fotografia dettagliata dello stato di salute e dei processi di invecchiamento della popolazione italiana, ponendo interrogativi destinati a incidere non soltanto sul sistema sanitario e sul welfare, ma più in generale sull'organizzazione della vita collettiva e sulle modalità con cui la società si prende cura delle proprie fragilità.
Una lettura complementare di questi fenomeni è proposta dal Libro bianco sulla cronicità e la non autosufficienza, promosso dall'Associazione di Promozione Sociale Peripato e dalla Fondazione Anthem AdvaNced Technology for Human centEred Medicine, presentato nel 2026. Il documento analizza le principali sfide legate all'invecchiamento della popolazione italiana, evidenziando come l'allungamento della vita non coincida necessariamente con un corrispondente aumento degli anni vissuti in buona salute.
L'Italia registra oggi un'aspettativa di vita tra le più elevate al mondo: 83,4 anni in media, con differenze significative tra uomini (81,6 anni) e donne (86,3 anni). Si tratta di un risultato storico se si pensa che nel 1872 l'aspettativa di vita nel nostro Paese non raggiungeva i trent'anni. In poco più di un secolo e mezzo, i progressi della medicina, il miglioramento delle condizioni igieniche, l'accesso diffuso alle cure e l'innalzamento del livello di benessere hanno consentito di guadagnare oltre cinquant'anni di vita.
Tuttavia, dietro questo indiscutibile successo si nascondono elementi che meritano attenzione. Oggi quasi un italiano su quattro ha più di 65 anni: si tratta di oltre 14 milioni di persone, una quota destinata a crescere ulteriormente fino a sfiorare il 30% della popolazione entro il 2030. Parallelamente aumentano le condizioni di cronicità e di non autosufficienza. Le malattie croniche interessano circa il 40% della popolazione italiana, pari a 24 milioni di persone, mentre quasi 12 milioni convivono contemporaneamente con due o più patologie croniche.
Tra gli over 65, quasi quattro milioni presentano limitazioni nello svolgimento delle attività fondamentali della vita quotidiana, mentre circa un milione e mezzo di ultraottantacinquenni vive in condizioni di grave limitazione funzionale. Più in generale, la disabilità coinvolge quasi 13 milioni di persone con limitazioni moderate, temporanee o permanenti; di queste, oltre 3 milioni si trovano in condizioni di grave disabilità. Un dato particolarmente significativo riguarda la dimensione di genere: circa il 60% delle persone con disabilità è costituito da donne, a conferma di come la longevità femminile comporti anche una maggiore esposizione alle condizioni di fragilità nell'età avanzata.
La questione centrale, dunque, non riguarda soltanto il fatto che viviamo più a lungo, ma il modo in cui viviamo gli anni aggiuntivi conquistati. L'incremento dell'aspettativa di vita si accompagna infatti, almeno in parte, a un aumento degli anni caratterizzati da fragilità, perdita di autonomia e bisogno di assistenza. È facile immaginare quale sarà lo scenario dei prossimi decenni: crescerà la domanda di cure sanitarie, di assistenza domiciliare, di sostegno alle famiglie e di servizi sociosanitari integrati. Ma crescerà anche il bisogno di tutela giuridica e di strumenti capaci di garantire alle persone fragili il pieno esercizio dei propri diritti.
Attualmente la principale risposta dell'ordinamento italiano a queste esigenze è rappresentata dall'istituto dell'amministrazione di sostegno. A poco più di vent'anni dalla sua introduzione, il numero delle amministrazioni di sostegno attive ha superato quota 400.000. Un dato che, se confrontato con il numero complessivo delle persone con grave disabilità, appare per certi versi ancora contenuto, ma che è destinato inevitabilmente a crescere nei prossimi anni. Tale incremento comporterà un significativo aumento del carico di lavoro per il sistema giudiziario, chiamato non soltanto a gestire i procedimenti di nomina, ma anche a seguire nel tempo le numerose autorizzazioni necessarie per il compimento di atti di straordinaria amministrazione.
Accanto ai bisogni sanitari e giuridici emerge però un'altra fragilità, meno visibile ma non meno rilevante: quella relazionale. Le tradizionali reti familiari che per decenni hanno rappresentato il principale ammortizzatore sociale del Paese stanno progressivamente indebolendosi. Le famiglie sono più piccole, i figli sono meno numerosi, i percorsi lavorativi richiedono una crescente mobilità geografica e le biografie individuali sono caratterizzate da separazioni, ricomposizioni familiari e condizioni di precarietà economica.
La solitudine non riguarda più soltanto gli anziani. Interessa sempre più frequentemente caregiver familiari, persone con disabilità, lavoratori autonomi, genitori soli, giovani adulti e persone separate. Si tratta di una vera e propria questione sociale emergente che attraversa trasversalmente generazioni e condizioni economiche differenti. È possibile essere economicamente autosufficienti e, al tempo stesso, profondamente soli.
Spesso i servizi pubblici intervengono soltanto quando la non autosufficienza si manifesta in forma conclamata, mentre risultano ancora insufficienti le politiche orientate alla prevenzione dell'isolamento sociale e alla costruzione di legami di comunità. Eppure, esistono esperienze che dimostrano come sia possibile immaginare modelli diversi: il cohousing sociale, le reti di prossimità, le convivenze solidali, i condomini collaborativi e le iniziative di welfare comunitario rappresentano esempi concreti di innovazione sociale capaci di contrastare l'isolamento e promuovere relazioni significative.
La sfida dei prossimi anni, dunque, non sarà soltanto quella di garantire più servizi, ma di ricostruire tessuti sociali e relazioni di vicinato. Perché una società realmente inclusiva non si misura soltanto dalla qualità delle sue strutture sanitarie o dall'efficienza delle sue istituzioni, ma anche dalla capacità di fare in modo che nessuno resti solo. In fondo, la domanda che dovremmo porci è semplice quanto radicale: possiamo davvero considerarci una comunità se milioni di persone trascorrono giornate intere senza avere occasione di parlare con qualcuno? E ancora: abbiamo costruito città sempre più efficienti, ma abbiamo forse dimenticato come costruire comunità e vicinato?



