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Minori, social network e intelligenza artificiale: quanto siamo davvero protetti nel mondo digitale?

Irene R.

08 settembre 2026

3 min

Minori, social network e intelligenza artificiale: quanto siamo davvero protetti nel mondo digitale?

Fake news, discorsi d'odio, cyberbullismo, truffe, violazioni della privacy. E ora anche chatbot di intelligenza artificiale capaci di dialogare direttamente con bambini e adolescenti, rispondendo alle loro domande e, in alcuni casi, affrontando conversazioni che possono riguardare aspetti molto personali della loro vita.

La trasformazione digitale ha aperto enormi possibilità di conoscenza, comunicazione e partecipazione, ma ha contemporaneamente creato nuovi spazi nei quali diventa necessario tutelare i diritti dei cittadini. A partire da quelli più giovani.

Proprio al rapporto tra piattaforme digitali, intelligenza artificiale e protezione degli utenti sarà dedicato il webinar in programma giovedì 24 settembre 2026, durante il quale saranno presentati i risultati della ricerca realizzata nell'ambito del progetto CDCR – Cittadino Digitale Critico e Responsabile, promosso da Movimento Consumatori e finanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

L'obiettivo è comprendere quanto le tutele previste dalle normative riescano effettivamente a tradursi in comportamenti concreti da parte delle grandi piattaforme e dei nuovi sistemi di intelligenza artificiale.

Le regole esistono, ma vengono rispettate?

Una prima parte della ricerca ha preso in esame alcune delle principali piattaforme social utilizzate quotidianamente da milioni di persone: Facebook, Instagram, TikTok e X.

L'analisi ha verificato il rispetto della normativa europea e, soprattutto, l'effettiva applicazione delle misure previste per contrastare alcuni dei fenomeni più problematici dell'ambiente digitale: disinformazione, hate speech, cyberbullismo, frodi online e rischi per la protezione dei dati personali.

La distinzione è importante.

Avere regole e condizioni di utilizzo formalmente corrette non significa necessariamente riuscire a proteggere efficacemente gli utenti. Ciò che conta è capire cosa accade quando un contenuto offensivo viene pubblicato, quando circola una truffa, quando un adolescente subisce comportamenti persecutori oppure quando vengono diffusi contenuti falsi o manipolati.

In altre parole, la domanda non riguarda soltanto ciò che le piattaforme dichiarano di fare, ma come reagiscono concretamente quando un rischio si manifesta.

Quando un minore parla con un'intelligenza artificiale

Ancora più nuovo è il secondo ambito della ricerca, curato dall'Università di Torino, che ha analizzato il comportamento dei chatbot basati sull'intelligenza artificiale nelle conversazioni con i minori.

È un terreno sul quale sarà necessario interrogarsi sempre di più.

I sistemi di IA generativa non vengono infatti utilizzati soltanto per fare una ricerca o ottenere aiuto nello svolgimento di un compito scolastico. Un chatbot può diventare anche uno strumento al quale un adolescente pone domande personali, racconta una difficoltà o chiede consiglio su relazioni, paure e problemi che magari fatica ad affrontare con un adulto.

La ricerca ha quindi cercato di comprendere come questi sistemi rispondano quando la conversazione entra in territori sensibili, come riconoscano eventuali condizioni di vulnerabilità e quali meccanismi di tutela siano in grado di attivare.

La questione è particolarmente delicata perché un sistema capace di utilizzare un linguaggio naturale e apparentemente empatico può essere percepito, soprattutto da un utente molto giovane, come qualcosa di diverso da ciò che realmente è.

Un chatbot può conversare, ma non per questo comprende una persona nel senso umano del termine. Può formulare una risposta rassicurante, ma non possiede la capacità di valutazione di un genitore, un insegnante, uno psicologo o un educatore.

Questa distinzione diventa fondamentale quando dall'informazione si passa alla relazione.

Proteggere senza escludere

Parlare di sicurezza digitale dei minori non significa però immaginare un mondo nel quale bambini e adolescenti debbano essere semplicemente tenuti lontani dalla tecnologia.

Social network, piattaforme digitali e intelligenza artificiale fanno ormai parte dell'ambiente nel quale le nuove generazioni crescono, studiano, costruiscono relazioni e sviluppano una parte della propria identità.

La questione diventa quindi educativa prima ancora che tecnologica.

Occorre insegnare a riconoscere una fonte attendibile, comprendere che un contenuto può essere manipolato, proteggere i propri dati personali, riconoscere una truffa, sapere come comportarsi davanti a un episodio di cyberbullismo e imparare che anche un'intelligenza artificiale può fornire informazioni sbagliate.

È ciò che possiamo definire cittadinanza digitale: non soltanto possedere gli strumenti per utilizzare una tecnologia, ma sviluppare la capacità critica necessaria per comprenderne possibilità, limiti e rischi.

La responsabilità non può ricadere soltanto sulle famiglie

C'è però un altro punto che merita attenzione.

Quando si parla di minori e digitale, la soluzione viene spesso affidata quasi esclusivamente ai genitori: controllare lo smartphone, stabilire limiti, verificare quali applicazioni vengono utilizzate, educare a un comportamento responsabile.

Il ruolo delle famiglie è certamente fondamentale, ma non può diventare un modo per trasferire interamente su di loro la responsabilità della sicurezza digitale.

Le piattaforme sono progettate da imprese, gli algoritmi determinano quali contenuti vengono proposti, i sistemi di intelligenza artificiale sono sviluppati secondo determinate regole e le istituzioni stabiliscono il quadro entro il quale queste tecnologie possono operare.

La tutela dei minori deve quindi essere una responsabilità condivisa tra famiglie, scuola, istituzioni, autorità di controllo e aziende tecnologiche.

Anche perché non tutte le famiglie possiedono le stesse competenze digitali e gli stessi strumenti per accompagnare bambini e adolescenti nell'uso delle nuove tecnologie. Se la protezione dipendesse esclusivamente dalle capacità dei genitori, anche la sicurezza digitale rischierebbe di diventare un nuovo terreno di disuguaglianza.

Formare cittadini digitali, non soltanto utenti

Il webinar del 24 settembre, con la partecipazione di istituzioni, autorità, mondo accademico e stakeholder, sarà quindi un'occasione non soltanto per presentare i risultati della ricerca, ma per discutere quale modello di tutela costruire nei prossimi anni.

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Perché la velocità dell'innovazione pone un problema evidente: mentre le tecnologie cambiano in pochi mesi, le istituzioni, le norme e persino i sistemi educativi hanno spesso bisogno di tempi molto più lunghi per adattarsi.

E nel frattempo milioni di persone, compresi bambini e adolescenti, utilizzano strumenti dei quali non sempre conoscono pienamente il funzionamento.

La sfida non può essere fermare questa trasformazione. Deve essere governarla.

Significa pretendere maggiore responsabilità dalle piattaforme, verificare concretamente l'efficacia delle misure di sicurezza, investire nell'educazione digitale e garantire una particolare attenzione agli utenti più vulnerabili.

Perché nel mondo digitale, esattamente come in quello fisico, essere cittadini significa avere diritti, ma anche possedere gli strumenti per riconoscere i rischi, esercitare le proprie libertà e compiere scelte consapevoli.

(Immagine di Nick Fancher per Unsplash)

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